L’igiene nel Medioevo

Latrine

Una pittoresca immagine che si associa spesso alla città medievale è quella del cittadino che svuota dalla finestra il vaso da notte, senza riguardo per il malcapitato passante. Tale pratica esisteva, non c’è ombra di dubbio, ma non era affatto la normalità, né era così universalmente diffusa come si tende a pensare oggi. Basti pensare che tali azioni erano pesantemente multate. Questo, inoltre, da un lato ci conferma, come dicevo, che la pratica esisteva, ma dall’altra ci dice anche che le autorità lo consideravano sconveniente e che la proibivano categoricamente. Per cui, il “lancio degli escrementi” non era pratica comune. Ciò che effettivamente era gettato dalla finestra era l’acqua sporca, quella usata per lavare le stoviglie o i pavimenti, o quella usata per lavarsi. Anche questa azione era multata, beninteso, e quindi vi si provvedeva soprattutto di notte. Immagino che il pregiudizio comune rimanga forte perché oggi viviamo nell’epoca degli scarichi e degli sciacquoni e associamo l’idea di acqua sporca in prevalenza con gli escrementi (pensateci: l’acqua dei piatti o della doccia scorre via nello scarico da sola, mentre lo scarico del water deve essere azionato ogni singola volta).

Invece, nel Medioevo ogni area, cittadina o di campagna, aveva una latrina, più o meno vicina agli edifici, che veniva regolarmente svuotata e i cui contenuti erano venduti ai contadini come fertilizzante. Tali strutture sorgevano sopra una buca che raccoglieva gli escrementi. Non deve essere stata una bella occupazione svuotarle, ma di sicuro era redditizia, se si pensa che esistono testimonianze che accordano ai contadini di un villaggio il “privilegio” di svuotare le latrine di un convento o un castello, in quest’ultimo caso più spesso il fossato, in cui finivano le deiezioni depositate nel guardaroba (un primitivo gabinetto sporgente dalle mura del castello).

Nel Basso Medioevo gli edifici nelle città aumentarono di numero e tra di essi si lasciavano liberi dei fossati comuni (larghi fino a tre metri), sui quali sporgevano i gabinetti (poco più che un balcone coperto con un buco sul pavimento). Si tratta del famoso “chiassetto” descritto da Boccaccio nella novella di Andreuccio da Perugia (quinta novella della seconda giornata). Leggiamo nel testo: […] ma tutto della bruttura della quale il luogo era pieno s’imbrattò. Il quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo: sopra due travicelli tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte, ed il luogo da seder posto; delle quali tavole quella che con lui cadde era l’una. […].
Tali latrine erano pulite mediante “ruscelli” di superficie che, pur sfociando spesso in fossati cittadini o fiumi, non riuscivano sempre a pulirli del tutto. Quando questo non era possibile bisognava darsi da fare in altri modi, come testimonia, per esempio, Endres Tucher, Maestro Costruttore della città di Norimberga dal 1464 al 1475, il quale riferisce che nel 1470 provvide a far svuotare uno di questi vicoletti che non era stato pulito da 18 anni. Ma si intuisce facilmente che questa non era la norma, visto che il disagio per gli odori sgradevoli non è certo una prerogativa dell’essere umano contemporaneo. Inoltre, restano numerose testimonianze scritte di liti tra vicini per chi doveva coprire i costi delle pulizie di tali luoghi. Ciò significa che gli abitanti delle città medievali erano ben determinati a non vivere nella puzza costante. Altra prova sia il fatto che generalmente nelle facciate che davano su questi vicoletti non venivano costruite finestre.
Questi luoghi, però, non erano deputati solo alla raccolta di escrementi. Vi si gettavano, infatti, anche tutti quei piccoli rifiuti che si creano in un ambiente domestico. Gli archeologi oggi le considerano delle vere miniere d’oro, perché vi si ritrova ogni genere di oggetto: cocci di vasellame, stoviglie e scarpe rotte, resti di tessuto, resti di cibo, ossa e molto altro.
Parlando di resti di tessuto… qualcuno di voi si sarà chiesto come ci si puliva dopo aver consegnato alla storia i propri escrementi. Uno dei metodi era, appunto, l’utilizzo di pezzi di tessuto. Ne sono stati ritrovati esemplari in diversi scavi di siti tardomedievali o della prima età moderna. La dimensione è più o meno quella di una mano. Tali stracci erano ricavati da abiti (solitamente intimi) o altre stoffe che ormai erano oltre qualsiasi possibilità di riutilizzo come indumento. Dapprima tagliati per fungere da strofinacci, essi diventavano “carta igienica” quando erano troppo lisi anche per pulire le pentole.
Dall’Inghilterra dei Tudor provengono fonti scritte che testimoniano l’utilizzo a questo scopo anche di lana grezza. Ma già intorno al 1400 i libri contabili del Duca di Berry registrano l’acquisto di matasse di lino e canapa espressamente destinate a questo scopo.
In alcuni scavi di latrine tardomedievali, poi, sono state ritrovate grandi quantità di muschio e sembra verosimile l’ipotesi che tale pianta fosse utilizzata proprio per pulirsi.
(Parlando di piante, nelle miniere di sale di Hallstatt sono stati ritrovati resti di foglie di Farfaraccio maggiore usate come mezzo per pulirsi. Certo, qui siamo nell’età del Bronzo, ma credo che in mancanza di meglio anche nel Medioevo si usassero grandi foglie, quando necessario. Dopotutto, la necessità aguzza l’ingegno.)

E quando non si disponeva di un guardaroba o di un gabinetto che scaricava in un fossato o in un vicolo? Tali latrine sorgevano sopra fosse o camere sotterranee costruite espressamente per quello scopo e l’odore che ne saliva doveva essere a dir poco nauseabondo. Abbiamo fonti della prima età moderna che attestano l’uso di mazzetti di paglia che, dopo aver finito, venivano gettati nel gabinetto per assorbire i liquidi e limitare gli odori. Un po’ come succede ancora oggi con le toilette mobili (le casette in plastica) che non usano prodotti chimici. Solo che oggi, al posto della paglia, si usa in prevalenza la segatura.
Per la disperazione degli archeologi contemporanei, nel Medioevo si usava anche la calce viva per soffocare i cattivi odori nelle latrine. Uno strato di questo materiale veniva distribuito nella “fossa biologica” e la calce viva uccideva i microbi sulla superficie, eliminando, così, le fragranze nauseabonde. Ovviamente, tale pratica dissolveva anche buona parte degli oggetti che oggi sarebbero reperti inestimabili.
Se i “chiassetti” potevano essere parzialmente svuotati col passaggio dell’acqua, tale operazione non era possibile con queste fosse. Esse dovevano essere svuotate a mano. E nelle città questa operazione era regolamentata da leggi apposite. Ad Augusta, per esempio, le leggi cittadine del XIII secolo prescrivevano che le operazioni di svuotamento dovessero tenersi in inverno e di notte, in modo da minimizzare il disagio degli abitanti circostanti.
Ma si regolamentava anche la stessa costruzione delle latrine.
Nel già citato Sachsenspiegel, per esempio, si dispone che i muri delle latrine dovessero arrivare fino al pavimento, in modo da evitare al passante la vista di escrementi in caduta libera. Inoltre, si indicava anche la distanza minima che la latrina doveva avere dai confini del terreno e della proprietà, e in molte città era definita la distanza minima alla quale la latrina doveva trovarsi rispetto ai pozzi cittadini.

Quello che succedeva con ciò che si estraeva dalle latrine variava di luogo in luogo. A volte il materiale era utilizzato per riempire fosse o conche, altre volte lo si utilizzava lungo argini di fiumi o laghi per creare nuovi terreni (ancora oggi si usano le macerie per questo scopo). Altre volte gli scavi delle latrine erano semplicemente gettati in acque con forti correnti (fiumi, torrenti). Più spesso, però, il materiale era venduto ai contadini fuori città per un utilizzo come fertilizzante. Nelle campagne, infine, lo svuotamento delle latrine e il riutilizzo degli escrementi come fertilizzante doveva avvenire più di frequente, data la vicinanza tra latrina e campi da fertilizzare.

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