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L’igiene nel Medioevo

Ogni tanto ricapita di dover affrontare uno degli stereotipi più duri a morire sul Medioevo europeo: la presunta scarsa pulizia di chi viveva all’epoca. Si pensa che i medievali fossero costantemente sporchi, che puzzassero da fare schifo, che le strade fossero simili a cloache a cielo aperto e che si lavassero, se proprio dovevano, una o due volte l’anno, magari in un fiume o in uno stagno. A questo immaginario collettivo contribuiscono, ça va sans dire, tutte le rappresentazioni televisive e cinematografiche tanto diffuse oggi. Se ci aggiungiamo anche la poca propensione delle persone a cercare di informarsi (vuoi per pigrizia, vuoi per ritardi culturali), alla fine non ci rimane altro che la desolazione dello stereotipo. Eppure, la gente si lavava anche nel Medioevo e si curava della propria persona come si fa oggi (per alcune cose direi anche meglio).

La pulizia del corpo e l’igiene erano concetti ben presenti a chi, nel Medioevo, si occupava di medicina. Ne rimangono molti esempi, tra cui il Compendium Medicinae, di Gilbertus Anglicus (1180-1250), il Regimen Sanitatis di Maino De Mainieri, o Magninus Mediolanensis (m. 1368), il Secretum Secretorum (traduzione del XII secolo del Kitāb sirr al-asrār; qui nella versione inglese del 1528). E sempre del XIV secolo è il Liber de Balneis Burmi, trattato del medico Pietro da Tossignano dedicato ai Bagni di Bormio in cui l’autore individua le pratiche per ottenere i massimi effetti curativi dal bagno nelle acque termali. Ho voluto limitare la scelta a pochi esempi, ma ce ne sono molti altri. I bagni sono menzionati, inoltre, anche in molti romanzi cortesi.

Bagni pubblici

In quasi tutte le città (e anche in molti villaggi di grandi dimensioni) erano presenti uno o più bagni pubblici, detti stufe. Esistono molte fonti che testimoniano l’usanza di fare il bagno. Tra le più antiche rappresentazioni di scene di bagno possiamo ricordare quelle nello Sachsenspiegel (1220-1235), nel Codex Manesse (1300-1340) e nella Bibbia di Re Venceslao (1390-1400). In molti archivi, inoltre, si trovano documenti che parlano delle Badestuben o Badehäuser (case da bagno o bagni pubblici). Per esempio, nel documento St. Johann/Feldkirch, Priorat 5349 (conservato a Feldkirch, Austria), datato 22 giugno 1349, un certo Kunz, detto il Cerusico, dichiara di avere ricevuto in eredità una Casa da bagno.

Atto relativo alla dichiarazione di Kunz, detto il Cerusico


In un altro documento, questa volta conservato a Vienna, datato 28 febbraio 1401, leggiamo che il sindaco istituisce un giorno di commemorazione per un tale Konrad von Zwettl a causa delle sue importanti donazioni all’Ospedale con cui, tra le altre cose, è stata possibile anche la costruzione dei bagni pubblici dello stesso (nei pressi della Porta Carinzia).

Atto di istituzione della giornata di commemorazione per Konrad von Zwettl


E sono solamente due delle numerosissime testimonianze relative a bagni pubblici in epoca medievale.
Per una igiene di base sono necessari pochi oggetti, ma per fare il bagno? Ci vuole un recipiente grande per contenere l’acqua in cui immergersi (da soli o in più persone) e si deve riempire il recipiente (e anche svuotare alla fine). Ci sono moltissime rappresentazioni medievali di tinozze di legno (rivestite di tessuto) per una, due o più persone. In molte di queste sono presenti anche servitori che riempiono la tinozza con acqua che, suppongo, fosse calda (o almeno tiepida). Per cui era necessario anche scaldarla, in un’epoca in cui accendere grandi fuochi per un tempo prolungato non era certo alla portata di tutti. Tali rappresentazioni, quindi, si riferiscono in prevalenza alla classe sociale nobile e ricca. In alcuni trattati, addirittura, è descritta la procedura che un domestico deve seguire quando il suo signore voglia fare il bagno (per esempio, nel Book of Nurture, di John Russell, composto nel XV secolo).

Chi non era benestante, comunque, poteva permettersi la piccola somma necessaria per usare i bagni pubblici.
Forse mutuando questo uso dai monaci, il giorno tradizionalmente dedicato al bagno completo (almeno in area germanica) era il Sabato. In molte città di quell’area i domestici, gli apprendisti e i garzoni finivano di lavorare un po’ in anticipo per potersi recare ai bagni pubblici. E spesso ricevevano anche un extra nel loro salario destinato proprio a questo. Come riporta, per esempio, Barbara Schedl nel suo “St. Stephan in Wien: Der Bau der gotischen Kirche (1200-1500)”, studio sulla costruzione della Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, gli operai ricevevano nella loro paga anche il “Badepfennig” (lett. “il pfennig del bagno”).
Oltre al bagno vero e proprio, nei bagni pubblici (spesso gestiti da cerusici, come nel caso del documento di Feldkirch) erano offerti anche altri servizi relativi alla cura del corpo, come rasatura, taglio di capelli, salassi e massaggi, bagno di vapore e, in alcuni casi, ristorazione. Proprio una specie di Spa medievale.
Infine, i bagni pubblici erano anche luogo di ritrovo tra amici e conoscenti e, almeno fino al XV secolo, non prevedevano ambienti separati per uomini e donne. Si capisce perché, a un certo punto, i bagni pubblici (e i loro proprietari) finirono nel mirino di certi ecclesiastici. Infatti, la cultura per il corpo propria dell’antichità greco-romana era scomparsa in favore di valori cristiani che condannavano nudità e promiscuità. Si sconsigliava fortemente la frequentazione dei bagni pubblici perché la nudità altrui poteva dare origine a pensieri o atti peccaminosi.

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